Giustamente, dando notizia della morte di don Pierino, i giornali hanno ricordato alcune delle tante
opere che don Pierino ha compiuto nella sua vita ricca di attività e toccherà a qualcuno lavorare per
ricostruire la vita di questo nostro fratello prete, che ha avuto dal Signore il dono dell’intelligenza,
del coraggio, della determinazione, della capacità di suscitare collaborazione in tantissime persone.
Credo che è inevitabile per noi il ringraziamento a Dio per avercelo donato e per quello che don
Pierino lascia in mezzo alla Chiesa bresciana e alla chiesa cattolica, alla chiesa universale.
Ma vorrei, partendo dalle letture, cercare di cogliere quella che credo sia stata l’anima della sua
attività, la motivazione di fondo, quella che unifica tutte le sue iniziative diverse, le sue attività, le
relazioni, le cose che ha costruito.
A partire naturalmente dal Vangelo dove Gesù, dopo aver annunciato il Regno di Dio, e cioè il fatto
che Dio non è lontano, in un altro mondo, ma che viene incontro all’uomo e incomincia Dio a
esercitare sulla vita dell’uomo un’autorità di amore e di benevolenza, dopo aver annunciato questo,
Gesù proclama le beatitudini: “Beati i poveri in spirito, beati gli afflitti, beati i miti, beati quelli che
hanno fame e sete della giustizia”.
E uno si chiede “che cosa significano queste parole?”. Significano niente di meno che una società
alternativa rispetto a quella in cui viviamo, perché se uno dovesse scrivere le beatitudini che
corrispondono all’esperienza immediata, dovrebbe dire che sono beati i ricchi, perché si possono
permettere tutto quello che desiderano, che sono beati i gaudenti, perché la vita per loro è una festa
continua, che sono beati i forti, perché riescono a imporre la propria volontà, che sono beati i
vincitori, i vittoriosi, perché hanno raggiunto i loro obiettivi.
Gesù consapevolmente capovolge questo modo di pensare, perché proclama beati quelli che dal
punto di vita umano, mondano, beati non sono affatto, perché non c’è dubbio che i poveri in spirito
e soprattutto gli afflitti non appartengono alla categoria delle persone beate nel mondo, eppure Gesù
afferma questo.
E perché lo può affermare? Lo può affermare, perché attraverso Gesù Dio si è fatto vicino agli
uomini e Dio è accanto a ogni uomo che soffre, per asciugare le sue lacrime e dargli dei motivi di
speranza. Dio è vicino a chi è mite, cioè a chi non è prepotente, a chi non usa i gomiti per farsi
spazio, per dare a Lui, Dio, una prospettiva di vita e di speranza e così via.
Gesù è passato così, facendo del bene; dove è passato Gesù è fiorita una felicità e una beatitudine
che non veniva dalla ricchezza, ma veniva dalla misericordia di Dio che si incontrava attraverso
Gesù.
Bene, non è complicato dire che don Pierino appartiene alla discendenza di Gesù, cioè appartiene a
quella marea infinita di persone che a partire da Gesù Cristo hanno creduto nell’amore di Dio e che,
a partire da Gesù Cristo, hanno speso il loro tempo e le loro energie per fare sì che le beatitudini si
realizzassero nella storia, nel mondo, nella vita degli uomini. Voglio dire, mettete insieme le
iniziative di don Pierino e vedrete un pezzettino di mondo, le ha compiute in questo mondo qui don
Pierino tutte queste iniziative e in quello spazio che le sue iniziative hanno raggiunto si è realmente
compiuto il Vangelo.
Lì davvero i poveri erano beati, ed erano beati gli afflitti, ed erano beati i miti, ed erano beati quelli
che cercano la giustizia, ed erano beati i misericordiosi, ed erano beati i puri di cuore e i cercatori di
pace e anche i perseguitati nel mondo. Lì, nello spazio che don Pierino ha creato con le sue
iniziative, c’era un’esperienza di gioia e di consolazione altra, nuova, rispetto a quella
dell’esperienza del mondo, dell’esperienza immediata.
Si può dire che Pierino nella sua vita ha creduto all’amore di Cristo, si è lasciato raggiungere
dall’amore di Cristo e ha creato uno spazio dove l’amore di Cristo era sovrano, è sovrano. Uno
spazio, dicevo, alternativo, perché il problema è che di fronte a questo mondo ci possiamo
facilmente lamentare perché di cose che vanno storte ce ne sono tante, e poi quando abbiamo finito
di enumerarle ne vengono ancora delle altre e sembra che non ci sia uscita, per cui ci lamentiamo,
rimproveriamo, accusiamo.
Don Pierino ha capito che molte cose nel mondo non vanno e ha fatto quello che ha fatto Gesù, ha
costruito delle relazioni nuove, degli spazi nuovi di vita, che sono la speranza di una società nuova,
quella che Paolo VI chiamava “la civiltà dell’amore”, cioè una società dove ci si prende cura gli uni
degli altri e dove chi è ricco si fa carico di chi è povero, e dove chi è forte si fa carico di chi è
debole, e dove chi ha tutte le energie si fa carico di chi energie non ne ha ancora o non ne ha più.
Una società così è quella che Dio ha assunto per l’uomo, è quella che Dio ha manifestato attraverso
il comportamento di Gesù e che hanno cercato di costruire nella loro vita i santi della carità. Madre
Giovanna, fondatrice delle Francescane Missionarie del Verbo Incarnato, appartiene a questa
categoria, quella Madre con la quale don Pierino ha operato e lavorato tantissimo insieme, ma sono
semplicemente la punta di una catena infinita di Santi della carità che sono nati dal Vangelo, sono
nati dalla percezione di quello che abbiamo ascoltato nella Prima Lettura, dove San Paolo –
scrivendo ai cristiani di Corinto – insegna a loro che anche le cose più grandi e impressionanti che
un uomo possa fare, i traguardi più elevati che un uomo possa raggiungere, se non sono motivati
dall’amore non servono.
“Anche se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli”, quindi se fossi capace di uscire da me
stesso e in estasi di entrare nel mondo più alto che si possa immaginare e capire il mondo degli
angeli, se questa trasformazione non è motivata dall’amore non serve. E anche se avessi il dono
della profezia e quindi avessi una capacità di parola che converte il mondo, ma se non converte il
mondo per amore, se la motivazione è un’altra non serve, e addirittura se anche compio degli atti
eroici, ma se non li faccio per amore l’eroismo è vuoto.
Fa impressione questo discorso di San Paolo, ma è preziosissimo per capire don Pierino, per capire
perché dentro alle cose che ha fatto la motivazione era sempre quella, quella dell’amore, quella del
Buon Samaritano che, vedendo il ferito riverso al lato della strada, ne prova compassione, si china,
lo cura, lo porta all’albergo e si impegna a pagare per la sua guarigione.
È l’impulso dell’amore e, come dicevo, tutte le realizzazioni di don Pierino sono nate da questa
compassione, da questo sentire la sofferenza degli altri come qualche cosa che ci interpella, che
riguarda noi.
Non si può rimanere indifferenti, non si può rimanere infastiditi, perché la sofferenza degli altri in
qualche modo ci impegna. Bisogna imparare la misericordia, la compassione, cioè la capacità di
essere coinvolti nella sofferenza degli altri.
Oh, ripeto, bisogna imparare, perché qualche volta questo ci viene spontaneo, ma molte volte non ci
viene spontaneo, molte volte questo è un atteggiamento da imparare, che si impara da Gesù Cristo,
dal Vangelo, standogli vicino, volendogli bene.
Il cammino della carità è da questo punto di vista un lungo apprendistato che deve durare per tutta
la vita e in cui nessuno arriva mai al traguardo, alla meta ultima.
Forse ricordate che Santa Teresa di Gesù Bambino, raccontando la sua vita, dice che da giovane
avrebbe voluto amare il Signore così tanto da donare pienamente se stessa. Era diventata
carmelitana, ma non le bastava: avrebbe voluto diventare missionaria, diventare apostola, diventare
maestra, dottore della Chiesa, avrebbe voluto poter vivere il martirio, anzi non solo un martirio, ma
tutte le forme di martirio, per esprimere la ricchezza della sua dedizione a Gesù Cristo. Di fronte a
questo desiderio – dice Santa Teresa di Gesù Bambino – ha trovato la pace solo quando si è resa
conto che alla radice di tutte queste diverse vocazioni che ci possono essere nella esperienza
cristiana, c’è un’unica vocazione che vale per tutte, che è quella della carità.
Se nella vita di un uomo c’è la motivazione della carità, che le realizzazioni siano grandi o piccole
diventa secondario, la sua vita è una vita realmente compiuta.
Allora per questo credo sia giusto per noi benedire il Signore, benedirlo per don Pierino e per quello
che don Pierino ha rappresentato e rappresenterà ancora per la nostra Chiesa, per la testimonianza,
l’insegnamento che ci ha dato, per la ricchezza di esperienze che ci trasmette e insieme con tutti
quelli che don Pierino lo hanno conosciuto, lo hanno amato, che hanno collaborato con lui
benediciamo il Signore per questo.
Ma naturalmente non è sufficiente, quando consegniamo al Signore le persone che abbiamo amato,
che ci hanno amato e quindi ci rendiamo conto del debito che abbiamo nei loro confronti, perché ci
hanno insegnato a vivere, a vivere meglio, quando facciamo questo inevitabilmente siamo
compromessi con la nostra vita, non possiamo fare come se non avessimo visto un’esistenza umana
trasformata in amore.
L’abbiamo visto, sappiamo che la possibilità c’è, che viene dal Signore e dalla sua grazia e mentre
ringraziamo per don Pierino chiediamo quindi al Signore che metta nel nostro cuore la stessa
inquietudine, un’inquietudine positiva, non angosciante, un’inquietudine che ci porta a non
rassegnarci alle ingiustizie o alle insufficienze che ci sono nel mondo, ma che ci porta sempre a
chiederci che cosa mi sta chiedendo il Signore.
Mettendomi davanti questa situazione, o quel bisogno e quella necessità, o quella fragilità, o quella
debolezza, che cosa mi sta chiedendo il Signore? È possibile per me fare qualche cosa che risponda
in positivo a questa provocazione che la sofferenza degli altri procura, mi propone?
Solo quando impegniamo la nostra vita, allora la memoria delle persone che abbiamo amato è
davvero feconda.
Benediciamo il Signore per don Pierino, ma chiediamo al Signore che ci aiuti ad imparare qualche
cosa da quello che abbiamo veduto e di cui siamo testimoni, perché da questa Eucaristia, dalla
memoria di don Pierino, possa crescere qualche cosa nella nostra comunità cristiana, nella nostra
Chiesa bresciana.
Tutto questo nasce come desiderio di una società alternativa, dove l’amore fraterno è profondo e
diffuso. Bene, è proprio questa società che dobbiamo desiderare con tutto il cuore e che dobbiamo
cercare di costruire con molta umiltà, ma con altrettanta determinazione. La determinazione che in
don Pierino era più che evidente.